Pensieri ed emozioni in libertà... vigilata
Partiamo venerdì pomeriggio dopo pranzo. Alle sei e mezza siamo a Basciano. Tipico paese di collina, che si affaccia su una bella valle dominata dai campi e dagli ulivi. Questa è la sagra del prosciutto, non ci risulta però che Basciano sia entrato negli annali per il suo prosciutto; del resto, se fanno come da noi che s'inventano una sagra per qualsiasi cosa, per avere la scusa di vendere tutt'altro e fare un po' di "promozione del territorio"... Ma una ragazza del teramano mi ha detto che in Abruzzo c'è ancora l'usanza nei paesi di farsi il prosciutto in casa. Comunque, negli stand sulla piazzetta c'è una bella sfilata di affettatrici... Il palco ovviamente è ancora vuoto, l'impianto tutto da montare. Qui sembrano tutti calmi e tranquilli; ce la prendiamo con calma anche noi. Iniziamo con una birra... Il service in realtà non c'è, costava troppo; l'impianto l'hanno trovato a casa di uno che ce l'aveva in garage... Funzionerà? Boh. Intanto si monta. Iniziamo a provare, sono quasi le otto. Dalle nostre parti saremmo in un ritardo disastroso; qui sembra che di tempo ce ne sia tanto. Dobbiamo suonare alle undici; dopo ci saranno dei musicisti itineranti, all'una. "Poi", ci dicono, "magari riprendete voi". Ma cosa dobbiamo suonare, fino alle cinque? Vabbè, intanto proviamo. Sono le otto e mezza. Manca una ciabatta; qualcuno ha una ciabatta? Boh. Aspettiamo... aspettiamo... sono le nove. La gente intanto inizia ad animare la piazzetta, gli stand si popolano, i ristoranti si riempiono. Noi stiamo sul palco ad aspettare. Arriva la ciabatta; finiamo le prove. Sono le nove e tre quarti. E' ora di andare a mangiare. La nostra cena è allo stand degli affettati: prosciutto, salame, coppa, formaggio e melone. A me l'affettato piace, però non mi piace mangiare solo di quello; e poi mi fa pizzicare la faccia. Vicino al nostro stand ce n'è un altro che fa gli arrosticini! Ci lascio il cuore. Lo stand degli affettati è strapieno, ma noi siamo "i musicisti" e allora ci liberano un posto. Ci sediamo a un tavolo, occupando ognuno la metà del posto che occuperebbe normalmente. Alle dieci e quaranta abbiamo finito di mangiare. Adesso ci andiamo a cambiare e poi iniziamo a suonare. Si fanno le undici; Alessio, l'organizzatore, ci manda a chiamare. Adesso ha un po' più di fretta di prima, dice che dobbiamo cominciare. Suoniamo. Non tanto bene. Non abbiamo provato; anche se i pezzi li facciamo da una vita, non importa. Se non proviamo, siamo arrugginiti. Io poi mi sento impacciato come spesso mi accade. Mah, sarà che in questo momento la musica popolare mi ha anche un po' stufato... E poi il suono della mia fisa, che pochi mesi fa ho speso un bel po' di euri per mettere a posto, adesso mi sembra addirittura peggiorato, mi fa venire i nervi! Ripenso che due giorni prima Bardh alle prove della banda mi ha suggerito di fare un po' di esercizi per rinforzare le dita e il polso. Figurati, il polso! E' il mio problema da quando suono, da sempre. E non solo per suonare, è proprio un mio problema posturale. Figurati se lo risolvo adesso... E però è chiaro che per suonare meglio ci sarebbe da fare anche quello. Ma il dubbio amletico è proprio questo: adesso che mi sto mettendo di più a fare il "giornalista", e che c'è anche qualche risultato, adesso che vorrei puntarci un po', così come vorrei puntare sul master di studi orientali a cui m'iscriverò l'anno prossimo, ha senso che mi concentri a suonare meglio? Visto che tanto il tempo non c'è per tutto. Ma se non mi concentro a suonare meglio, ha senso che continui a suonare? Boh. Vabbè, non è che ho pensato tutte 'ste cose mentre ero sul palco a suonare; le ho pensate la mattina dopo a letto, quando mi sono svegliato, e durante il giorno. Gli altri invece hanno problemi con Romolo, il fonico. Ermes gli chiede di alzare la sua chitarra in spia, e lui gli spara a mille la mia fisa. Adesso Ermes e l'Elena sentono solo me... Gli chiedono di abbassare la fisa, e lui toglie la chitarra. C'è poco da fare, adesso si devono tenere la mia fisa a palla in spia. La gente non è molto interessata a noi, a parte un gruppetto esiguo che comprende anche alcuni parenti di passaggio. La piazzetta si anima solo quando facciamo una tarantella calabrese e un saltarello a una velocità assurda. A parte che abbiamo suonato malino, qui in effetti sembra siano graditi solo i saltarelli e la dance unz-unz. Appena finito noi, avranno quello che vogliono. Con la nostra ritirata, all'una di notte I musicisti itineranti (tamburello-nacchere-organetto-putipù) finalmente hanno campo libero; iniziano coi saltarelli, ma lo stand-sound system li sommerge poco dopo con le peggiori hit della stagione, ma anche con una piccola selezione del peggio degli anni settanta, ottanta e novanta... Intanto si è alzata un'arietta che diventa sempre più tagliente. Qui dicono che "è l'aria del Gran Sasso". Io non so se viene proprio dal Gran Sasso, comunque adesso è l'una e mezza passata e fa un freddo della madonna! Credevo di essere stato già troppo zelante ad essermi portato dietro una camicia a maniche lunghe, ma altro che camicia!, qui ci vuole una felpa! E io non ce l'ho. Per fortuna i miei compagni sono più forniti di me e vengono in mio soccorso. Ok, noi abbiamo suonato male, la musica del "sound system" fa schifo, e qui fa un gran freddo. Però, in realtà a questa sagra si sta bene. Con le nostre sagre ha in comune l'aspetto esteriore, ma lo spirito è molto diverso. Qui alla sagra partecipano tutti, non solo gli over-40 come da noi. E quando dico "partecipano" voglio dire "partecipano"; non come da noi, che magari si va a fare un giro alla domenica pomeriggio tanto per fare qualcosa: qua tutto il paese aspetta la festa, che intanto dura tre giorni e non un pomeriggio solo; c'è gente che viene da fuori e si ferma a dormire; c'è anche il festival (nazionale?) di organetto ddu bbotte. Insomma, un evento! E poi, dov'è dalle nostre parti una sagra che va avanti fino alle tre di notte, coi ragazzi che ti fermano e ti chiedono se hai un accendino da prestargli per fare su, e ragazze che ti offrono una canna e t'invitano a fumare con loro? Da noi le sagre finiscono alle sette di sera e i ragazzi si tengono ben lontani, o al massimo ci fanno una vasca per vedere se incontrano qualcuno. Alle due intanto è passato un cartello: "spaghetti pronti fra un quarto d'ora". In realtà diventano tre quarti d'ora. L'affettato sarà pure pesante, ma un po' che mi era rimasta la voglia degli arrosticini, un po' che a me gli spaghetti aglio olio e peperoncino fanno voglia sempre e comunque, io c'ho l'acquolina in bocca. Alle tre, con un tempismo perfetto con l'ora del coprifuoco concordato con le autorità comunali, il pentolone di spaghetti, scolati direttamente sulla strada, è pronto. Ci sediamo sulle panche dello stand insieme a tutti gli altri per prendere parte al rito. Sabato colazione al bed & breakfast. chiediamo suggerimenti alla padrona di casa per un buon ristorante/agriturismo. Ci arriviamo, da fuori sembra brutto: moderno, per niente rustico, in riva a un laghetto artificiale dove ci vanno a pescare... niente tavoli apparecchiati fuori, si mangia solo dentro. Mah!... Entriamo un po' contro voglia... E invece si mangia benissimo! e si spende anche poco. E io mi tolgo la voglia degli arrosticini!... Pomeriggio passato a sonnecchiare in riva al laghetto dall'acqua argillosa. Cè chi fa il bagno... io no. A volte, a non far niente il tempo passa straordinariamente in fretta. In un attimo sono le sei. E io dovrei essere ad Ancona alle otto e mezza per l'ultima serata del festival Acusmatiq 4.0. C'è Chris Cutler che farà un solo di "batteria elettrica" (cos'è?); c'è Fennesz che farà uno dei suoi soli; c'è anche Robin Guthrie dei fu Cocteau Twins (che strano!) che farà un solo pure lui. Insomma, tutti soli. Ansia... Chissà quanto traffico ci sarà; e poi sbaglieremo sicuramente strada... Non ce la faremo mai! E poi non mi va di tenere in sospeso Ariele con cui mi devo incontrare e creare casini: il concerto inizia alle nove e non voglio assolutamente fargli perdere l'inizio. Vabbè, pazienza: se vedo che faccio tardi gli dico che non mi aspetti e torno a Forlì con gli altri. Speriamo almeno che non si scarichi il telefono... Per risparmiare il più possibile la batteria l'ho tenuto spento. Invece non c'è neanche troppo traffico e arriviamo ad Ancona prima di quanto sperato. Però adesso bisogna trovare il porto. Il nostro navigatore è sconfortante: è talmente vecchio che non c'è una strada che corrisponda alle sue mappe. Per tre quarti del tragitto ha continuato a dirci di fare inversione a U. Figuriamoci se c'è da fidarci! Accendo il telefono, c'è una chiamata di Gionni. Lo richiamo. "Noi andiamo a mangiare con Chris, vuoi venire anche tu?" "Ah, va bene". E se adesso ci perdiamo? Cosa li faccio aspettare per mezz'ora? Che figura di merda! Ci manca solo che il concerto di Cutler inizi in ritardo perché hanno dovuto aspettare me per andare a mangiare! Per fortuna non sbagliamo strada, e arriviamo che Cutler sta ancora finendo il sound-check. Il concerto inizierà in ritardo, ma non per colpa mia... A tavola finisco seduto a destra di Cutler e di fronte a Massimo Simonini... perfetto! La classica situazione che m'imbarazza e fa esplodere la mia timidezza. Un sogno e insieme un incubo! P53 di Cutler è uno dei primi dischi di "musica innovativa" che ho sentito, a parte quelli di John Zorn e qualche altro. E Angelica '97 (insieme ad Audiobox di Pinotto Fava e Pino Saulo su Radio3) è stato l'evento che mi ha fatto scoprire definitivamente questa musica. Tanto per dire, mi ha fatto conoscere Otomo Yoshihide, uno dei miei eroi, che ho visto per la prima volta dal vivo proprio ad Angelica '97. C'era anche Chris Cutler con P53 (ancora con Otomo) sempre ad Angelica '97, ma lui non l'ho visto... E adesso sono seduto a tavola con Chris Cutler alla mia sinistra e Massimo Simonini (il direttore artistico di Angelica) di fronte a me. Quante cose ci sarebbero da dirgli e da chiedergli. Ma non me ne viene neanche una... A destra di Simonini c'è seduto Matteo Ramon Arevalos, un pianista austriaco-messicano di Ravenna coi controcoglioni che ho conosciuto da poco. Ha suonato l'anno scorso ad Angelica con Nadia Ratsimandresy, un'ondista (cioè suonatrice di onde Martenot, uno dei primi strumenti elettronici inventato negli anni venti) e tramite Simonini adesso hanno pubblicato un cd per l'etichetta di Cutler, la ReR. Del cd io ho scritto una recensione. Matteo mi presenta: "He's a musicologist and a great musician... He wrote the review for the cd"... Mamma mia! che vergogna!! "Musicologist": ma dove? "Great musician": ma quando mai? Sono talmente imbarazzato che non riesco neanche a controbattere per negare; già è difficile dire qualcosa, in più in inglese... e rispondo a malapena a Simonini che mi chiede se il cd mi è piaciuto. Anche perché, mentre cerco di articolare un po' di più la risposta, lui è già passato a un altro discorso con qualcun altro. Che imbarazzo essere definito "grande musicista" da un grande musicista che mi presenta a un altro grande musicista, quando io non sono "grande" e non credo neanche di essere veramente un musicista. E poi Matteo non mi ha mai sentito! Gli ha solo riferito qualcun altro che suono, e gli ha detto che sono bravo, ma chissà poi quanto per convinzione e quanto per benevolenza... E musicologo? Magari! ma da quando? Che so scrivere è vero, sicuramente meglio che suonare; è vero anche che sono un appassionato di musica e posso essere in grado di ascoltarla in modo attento, ma tutto qui... Be', comunque sembra che la mia recensione sarà tradotta in inglese e messa nel sito della ReR. A questa notizia non provo di certo a protestare; incasso l'apprezzamento... Però mi piacerebbe dire comunque qualcosa a Cutler. A un certo punto si offre di riempirmi di vino il bicchiere e allora ne approfitto. E gli faccio la domanda più ovvia e scontata che avrei potuto fargli: "Cosa intendi tu per batteria elettrica?". Glie lo chiederanno tutti; come nella miglior tradizione dei fan e dei giornalisti... Però, ad essere sincero, per me scontata non è, perché io conosco solo la batteria acustica e quella elettronica. Ma con un po' di spirito deduttivo ci potevo arrivare. Lui però sembra appassionarsi al discorso e si diffonde nella spiegazione... Poi riesco anche a dirgli di quanto avessi gradito P53. E lui risponde che sono uno dei pochi... S'inserisce Simonini che dice che lui è un altro di quei pochi. Immagino, visto che l'aveva chiamato ad Angelica con quel progetto. Poi proseguono loro, parlando non so bene di cosa... Se non sono allenato, le conversazioni in inglese mi stancano in fretta... Però mi piacerebbe dire qualcosa anche a Simonini, per lo meno che stavo cercando il suo cd con Tristan Honsinger. Ma non trovo il momento per lanciarmi... Vabbè, pensiamo all'insalata di mare... A fine pasto, Cutler (che è in ritardo sull'orario del concerto) e Simonini si lanciano in una disquisizione sui rispettivi pregi e difetti del caffè e delle varie droghe... Mi sembra di capire che Cutler sostenga che il caffè è una droga pesante, mentre da un qualche studio risulterebbe che la marijuana non rientra in nessuna delle tipologie standard per classificare le droghe... Simonini cita la testimonianza di un suo amico che, di fronte agli effetti lamentati da un bevitore di caffè, ha risposto: "E tu gli hai permesso di farti questo?" Un po' facile a dirsi, però concordo sul fatto che questo sarebbe l'atteggiamento giusto, a essere capace... Usciamo dal ristorante e torniamo alla Mole Vanvitelliana (che nome...) dove avrà luogo il concerto. Il tempo di fare il breve tragitto a piedi, fare il biglietto d'ingresso, prendere una coca al bar dell'arena, e mentre ci dirigiamo alle sedie veniamo investiti da un boato, tipo tuono da temporale estivo. E' la famigerata batteria elettrica di Cutler (che sarà uscito dal ristorante massimo cinque minuti prima di noi) che nel frattempo è già sul palco. Con questo tuono è iniziato il concerto, e sembra promettere tempesta; insomma, promette bene... La batteria elettrica è una batteria normale, ma ad ogni pezzo del set è attaccato un microfono che lo amplifica, poi il segnale passa attraverso una serie di effetti vari, poi ad un mixer; e poi, se ho capito bene, oltre alla batteria, Cutler ha fra i piedi un numero imprecisato di pedali da chitarra e non, con cui controlla tutti 'sti effetti. Certo li controlla, ma non è facile; qualcosa non va come vorrebbe lui, mi dicono che la faccia lo esprime chiaramente. Ogni tanto toglie completamente tutto il segnale amplificato, forse per cercare di resettare tutto ed eliminare quello che non dovrebbe esserci. Naturalmente, noi che ascoltiamo non sappiamo cos'è che non vada. A parte che, verso la fine, c'è un feedback che si è insediato parassitariamente nel suono e sembra non voler più andar via; se ne va solo dopo che per quattro volte Cutler ha azzerato il volume di tutta la baracca... Il concerto è bello, un lavoro meticoloso e quasi "scientifico" sul suono. Ricorda un po' l'elettronica pura accademica o la musique concrète... Certo che è un lavoro molto di testa e poco di cuore, e il paesaggio sonoro è molto austero, un po' alieno... Quello che mi è piaciuto di più sono appunto quelle sonorità imponenti e minacciose di tempesta, e il tocco da percussionista sinfonico di Cutler, pieno e roboante, nei passaggi in cui si dedica di più al fraseggio sulle pelli. Anche gli ambienti sterminati evocati dal riverbero... Cutler è piaciuto a tutti. Quelli che vengono dopo di lui, no. Hanno ripescato Robin Guthrie dei Cocteau Twins, che non sapevo fosse ancora in giro e soprattutto non mi aspettavo di trovare in questo contesto. Il suo concerto è una specie di melassa un po' new age, i suoni di chitarra sono più riverberosi, ma comunque sono quelli là dei tempi d'oro dei Cocteau Twins... Musica molto leggera, forse troppo innocua e naif, un po' slavata... Però secondo me ha avuto nel finale un paio di episodi molto dignitosi e anche belli; guarda caso, quelli che ricordano di più... i Cocteau Twins, ovviamente. E poi, in generale, sarà pure musica a basso peso specifico, ma io non la trovo così sgradevole... Poi c'è Fennesz che ci dà dentro a manetta col volume, la distorsione e la saturazione digitale. Qualche glitch, tappeti e semplici arpeggi e accordi di chitarra elettrica dolci e ingenui, ma ipersaturati e deformati fino alla soglia del rumore bianco (o rosa, o di qualche altro colore? boh...). Anche per lui delusione generale: si aspettavano di più. Sarà che io in realtà lo conoscevo poco e non mi aspettavo niente in particolare, ma non mi è dispiaciuto affatto, anzi, senza arrivare all'entusiasmo, posso dire che mi è piaciuto. A volte le aspettative fregano... Però non capisco chi lo conosce come mai è rimasto deluso: i suoi dischi sono così diversi dai suoi concerti? La gente si è lamentata della banalità del concerto. Boh, qua ci sarebbe una lunga riflessione da fare su cos'è la banalità, sulla differenza fra banalità e semplicità, se le due cose a volte non vengano confuse, se non si debba mettere in discussione il postulato che "complesso è bello" e "semplice è brutto"... E poi ci sarebbe da fare una bella ricerca sulle dimensioni psicologiche e culturali della percezione... Roba da scriverci un libro o due... Io non sono capace e non proverò certo a farlo qui. Comunque Ariele e Gionni dopo il primo pezzo di Guthrie si alzano, e Fennesz lo ascoltano un po' per dovere; io invece non mi entusiasmo, ma non vivo neanche come un castigo lo stare lì seduto ad ascoltare. Rifletto su come le persone hanno una scarsa soglia di sopportazione della sgradevolezza sonora; forse io mi sono fatto lo stomaco resistente a mandar giù un po' di tutto... Forse è semplicemente la vecchia questione della soggettività dei gusti... Mi chiedo cosa sia per me la banalità, in fondo infastidisce anche me. A me danno fastidio gli stereotipi, i fraseggi che sembrano copiati con la carta carbone, la musica fatta con pezzi prefabbricati di armonie, ritmi e melodie. E m'infastidisce quella che percepisco come "volgarità", tipo le canzoni sanremesi o di Al Bano e Romina Power... Però questo non vuol dire che per me sia banale o stereotipo la musica semplice; anzi, ho una vera fascinazione per quella "grezza", non elaborata, così come per quella che invece lo è. E non trovo neanche che sia per forza banale il già sentito; può essere bello e nient'affatto banale, soprattutto se è una cosa "sentita" da chi la fa. Semplicemente non sarà nuova, ma non vuol dire che non sia bella. Certo che forse anche Al Bano le cose che fa le "sente" davvero... boh. Alla fine penso che sia molto anche una questione di storia personale; se uno è cresciuto con dei suoni, gli piacciono, nuovi o vecchi che siano, scontati o no, anche se ovviamente può esercitare il distacco per giudicarli obiettivamente per quello che sono. Se uno con quei suoni non ci è cresciuto, non gli piacciono. Fine del discorso. E poi ci sarebbe anche un altro discorso: io sono per l'et-et, non per l'aut-aut. Almeno nella musica, e almeno nei miei gusti, per me gli opposti non sono incompatibili, ma complementari. Se una cosa mi piace per un motivo, la cosa opposta mi piace per il motivo opposto. Quindi, per esempio, se posso apprezzare la complessità di una musica, posso essere conquistato dalla primordialità di un'altra... Be', in conclusione per me è valsa la pena dello sbattimento per arrivare in tempo ad Ancona. Usciamo dal concerto e ci dirigiamo verso il baretto frequentato dalla gente del festival, VIP e non. C'è un dj set di non so quale denominazione di techno, è pieno imballato di gente e non c'è da sedersi. Decidiamo di andare in un altro bar per schivare la techno (a me però, tanto per perseverare, piaceva pure quella...) e per poterci sedere. Cambiamo bar; la techno qui non c'è, però restiamo lo stesso in piedi... Chiudo la serata con un gin lemon che forse potevo anche evitare, considerati a posteriori gli effetti sul mio stomaco... E' tardi, ci mettiamo in macchina per Forlì. Arriviamo a notte inoltrata... Entro in casa che sono quasi le quattro; mi sono fatto il primo sonno in macchina, ma adesso, a svuotare lo zaino e prepararmi per il letto, il sonno mi è passato. Accendo la tele: cosa potrò mai trovare alle quattro di notte di un sabato sotto ferragosto? Niente. Non ci sono neanche le pubblicità delle linee erotiche... Vabbè, dormiamo...
Hey, Mr Spaceman!...
Era quella che canticchiavamo in macchina, ed è quella che stava cantando lui - Ieri sera Roger McGuinn a Faenza -, quando siamo arrivati, in ritardo, a concerto già iniziato.
Era strano: a sentire tutti quei classici snocciolati, non pareva vero che fosse lui; sembrava quasi una situazione "da spiaggia", con uno con la chitarra che fa tutte le canzoni dei Byrds.
Sarà perché le leggende s'immaginano sempre, volenti o nolenti, su un piedistallo, inarrivabili; ma a sentire quel signore lì davanti che cantava con la sua chitarra, in una dimensione assolutamente spoglia e "povera", da solo, in una piazzetta di Faenza, non si riusciva quasi a credere che fosse proprio lui, quello che ha fatto i Byrds con David Crosby e poi con Gram Parsons, che era a Monterey con Jimi Hendrix, che ha scritto la colonna sonora di Easy Rider, che è amico di Bob Dylan, insomma uno di quelli che hanno fatto la stagione più leggendaria del rock.
Se non fosse che la voce e il suono della chitarra erano esattamente quelli di Roger McGuinn...
Certo, ormai lui campa di rievocazione del mito, come tanti suoi compagni di strada e di generazione (e anche di quelle dopo, se è per questo...); certo, come molti di loro, non ha più niente di nuovo da dire. Però, in fondo è meglio rievocare il mito e limitarsi a ricantare quelle canzoni, piuttosto che rovinare la memoria tentando di fare cose attuali che non sono all'altezza, o che sono solo una ripetizione.
E comunque, anche se si sentiva molto la mancanza delle armonie vocali dei Byrds, quel suono "jingle-jangle" della Rickenbaker 12 corde elettrica è sempre bello da risentire, e destava quasi stupore: sembrava quasi che venisse fuori da una macchina del tempo sintonizzata su un punto spazio-temporale di 40 anni fa... esattamente come allora.
[...]
Piccole partenze
rimandate poi per sempre
tutto poco e male
a strappo nell’ubiquità
[...]
Le metti addosso una divisa
e ti guadagni la tua croce
in una cella di bellezza
dove cambi viso e voce
Chiusi in un incanto
dove non rimani uguale
e sei come non sei
nella clandestinità
[...]
Qualcuno mi protegga
da quello che desidero
o almeno mi liberi
da quello che vorrei
Dall’obbedienza e dal timore
e dalla viltà
guadagnar la libertà
dalla clandestinità
[...]
(Vinicio Capossela, "In clandestinità")
Paura.
Vergogna.
Senso di colpa.
Queste sono le emozioni che hanno accompagnato da sempre la mia vita, e che mi hanno frenato in non pochi momenti e cose importanti.
Riuscirò mai a prenderne le distanze?
...e proprio adesso invece ho ricevuto una brutta notizia.
Ma questa non riguarda me. Però altre persone stanno soffrendo...
Un po' di tempo fa, mia mamma al telefono con mia nonna, che ha 98 anni:
(mia mamma): Ciao mamma, come stai?
(mia nonna): Come ieri.
(mia mamma): Ah, e ieri come stavi?
(mia nonna): Come oggi.
Oggi ho avuto una buona notizia.
Quindi voglio dire "grazie" a chiunque e qualunque cosa può aver contribuito.
Nel buddhismo mahayana c'è la figura del bodhisattva, questo super-santo che ha raggiunto l'illuminazione ma rinuncia alla propria beatitudine (rinuncia ad essere un Buddha) per aiutare gli altri a illuminarsi e a "salvarsi".
A me capita spesso di trovarmi in situazioni dove sento o credo che ci sia bisogno di me, e mentre i miei desideri mi spingerebbero da un'altra parte, alla fine rimango lì per un senso del dovere o di ciò che è giusto, e perché mi dispiace negare il mio aiuto a chi ne ha bisogno. Magari in realtà non do mai la mia piena e incondizionata disponibilità, perché ho bisogno di lasciarmi mentalmente una porta aperta alla speranza di realizzare i miei desideri; ma comunque li rimando, perché non riesco neanche ad abbandonare chi in quel caso resterebbe senza di me.
Naturalmente io non ho niente a che fare col bodhisattva: non ho raggiunto nessuna illuminazione, e non ho in realtà neanche l'amore necessario ad aderire con tutto me stesso alle rinunce che faccio e alla missione di aiutare gli altri. In realtà io le mie rinunce le soffro.
Ma mi chiedo: è forse la mia vera "missione" quella di aiutare gli altri sacrificando i miei desideri? E' forse proprio questa la vera realizzazione della mia personalità? Sono forse al mondo proprio per questo, e la sofferenza e difficoltà che sento nel farlo dipende dal fatto che non sono ancora riuscito a dire pienamente e incondizionatamente "sì" al mio destino?
Oppure è semplicemente un caso esemplare della mia incapacità di dire "no" a chiunque e a qualunque cosa?
..........
Tide will rise and fall along the bay
and I'm not going anywhere
I'm not going anywhere
People come and go and walk away
but I'm not going anywhere
I'm not going anywhere
..........
(Keren Ann)
Divieni ciò che sei!
(F. Nietzsche)
Parecchio tempo ed energie sono consumate dalla sofferenza per paura di soffrire...
La felicità è capacità realizzativa della propria vita. Capacità di portare a sviluppo la propria personalità. In questo caso, l'ostacolo è stimolo. "La felicità non sta tanto nella sazietà, ma nella gloria della vittoria" (Nietzsche). Capacità di espandersi, di crescere, di realizzarsi. La potenza come principio energetico dell'organizzazione di sé. Ma la realizzazione della propria potenza la si deve immaginare nella forma della relazione: la mia potenza cresce in accordo con la potenza degli altri. (Salvatore Natoli, da una puntata di "Uomini e profeti" di Radio3 Rai)
Continuano i miei incontri periodici con personaggi singolari, che appena m'incontrano sembrano avere un'attrazione particolare per me, come se io fossi un "prescelto" (o forse è solo che io attiro i matti...).
Non è che queste persone siano tutte uguali, o che mi dicano tutte la stessa cosa, però ci sono dei temi ricorrenti, così come spesso viene fuori che hanno avuto quasi tutti qualche evento traumatico nella vita, in seguito al quale dicono di aver acquisito una qualche "conoscenza", saggezza, "illuminazione", o comunque un cambiamento radicale di prospettiva o una scoperta dell'"essenza segreta" della vita.
La mia reazione di fronte a queste persone è sempre un senso d'inquietudine, un misto di diffidenza, paura e curiosità; un desiderio di scappare da parole che mi turbano e al contempo di approfondire ciò che sento risuonare da qualche parte dentro di me, a volte in modo indistinto e confuso, a volte in modo chiaro. Ovviamente è anche un fatto di suggestione e interpretazione, ma molto di quello che dicono posso applicarlo a situazioni della mia vita ed esperienze e stati d'animo miei; tanto che ogni volta mi viene da pensare che ci sia davvero una qualche "volontà celeste" determinata a dirmi certe cose e a non lasciarmi in pace finché non le avrò recepite.
Alcune frasi salienti dell'"inviato" di ieri sera:
Io non credo in una religione, io credo nella Luce.
Sono stato vicino a morire diverse volte; ho avuto un incidente e sono uscito dal mio corpo.
Ognuno di noi ha una missione nella vita e bisogna scoprirla.
La strada più bella è sempre la più difficile; la strada che sembra più facile è quasi sempre quella sbagliata. Ma a un certo punto la strada difficile diventa semplice.
La verità si "sente" (feel); non con gli occhi, non con le orecchie, ma con la capacità di percepire al di là dei sensi.
Ci sono persone che sono segnate; quando verrà l'ultimo giorno, saranno espulse dalla Luce; tu sei uno di quelli che si salveranno.
Se riuscirai ad aprirti sempre di più, a "sentire" la realtà nascosta, starai sempre meglio.
Poi però ha anche alleggerito un po' l'atmosfera con commenti tipo questi:
Sono appena passati due bei fighini; una è una brasiliana con dei gran tacchi e un bel culetto; l'altra è più scura e per me è ancora più figa. Ma non ci provo perché non so se è morosata.
"Io non sono te, e tu non sei me. Io sono io, tu sei tu. Siamo due persone distinte. Io ho un corpo, il mio corpo. Tu hai il tuo corpo. Io ho dei desideri, i miei desideri. Tu hai i tuoi desideri. Io ho delle emozioni, le mie emozioni. Tu hai le tue emozioni. Io ho dei pensieri, i miei pensieri. Tu hai i tuoi pensieri. Io ho una volontà, la mia volontà. Tu hai la tua volontà. Io ho la mia personalità. Tu hai la tua personalità. Io vivo la mia vita. Tu vivi la tua vita. Io ho la mia libertà. Tu hai la tua libertà. Io ho i miei sentimenti. Tu hai i tuoi sentimenti. Io sono la mia anima. Tu sei la tua anima." Queste sono le parole che mi ha proposto a scopo terapeutico il mio amico/psicologo/chitarrista, che dovrei ruminarmi interiormente e su cui dovrei meditare, perché - anche se sono discorsi che mentalmente ho sempre approvato e rivendicato - la mia personalità in realtà ne è sempre stata priva. Ho sempre desiderato avere questa autonomia, ma non l'ho mai avuta; forse in certi momenti sì, ma in generale no. E per me non è per niente facile conquistarla. Anzi, forse è la cosa più difficile in assoluto. Io ho sempre fatto dipendere il mio senso di me e la mia identità dalle conferme esterne, e di conseguenza la paura di non ricevere il riconoscimento e l'approvazione ha sempre avuto un effetto determinante sulla mia vita. Anche i miei sogni, le mie aspirazioni, i miei desideri più o meno vaghi, sono sempre stati basati su modelli esterni. E la paura o la sensazione di non essere all'altezza di questi modelli mi ha sempre accompagnato, perseguitato e oppresso. Riguardo all'anima, io però avrei preferito dire "io ho la mia anima", così come tutte le altre cose di cui si parla, e non "io sono la mia anima"; non sono convinto d'identificarmi in un'anima trascendente, al di là di tutte le altre cose, come ritiene l'autore di queste parole.
Visto che non sono capace di tagliare altro, mi taglio i capelli...
Alcune sere fa, a Ravenna, gran bel concerto dei Musica Officinalis.
Una meravigliosa e struggente canzone dell'Azerbaigian è stata presentata con parole all'incirca come queste:
"Dal momento in cui nasce a quando muore, la vita dell'uomo è fatta di separazioni. La nascita stessa è segnata da una separazione, sancita dal taglio del cordone ombelicale. Di lì in poi, l'uomo attraversa una serie ininterrotta di separazioni, fino alla grande separazione finale: la morte. L'amore è il luogo per eccellenza in cui il dolore a causa di ciò si manifesta: l'apice del dolore si tocca con la separazione che avviene quando un amore finisce. Eppure, anche questo ci ricorda che, come le stagioni, ogni cosa nella vita è destinata a passare e deve trasformarsi..."
Questi discorsi mi toccano sempre.
Che fatica però, diventare se stessi!...
Buon anno, eh!
Sei contenta Fiore?
La normalità: "uno splendido ideale per il fallito".
(Carl Gustav Jung)
Eh sì, ha proprio ragione il senator Pera: noi occidentali siamo troppo molli verso quei retrogradi dei musulmani e non siamo abbastanza decisi nel difendere i nostri valori culturali, che abbiamo ereditato dalla nostra storia e che ovviamente sono superiori a quelli delle altre civiltà. E ha ragione anche il papa: la civiltà contemporanea ha dimenticato le sue origini culturali, non crede più nella famiglia ed è devastata dal degrado dell'egoismo, e per questo è in decadenza.
Allora, in omaggio a questi signori, e magari anche in memoria della signora Fallaci, che sicuramente avrebbe ribadito come da noi le donne sono libere, mentre nei Paesi islamici sono schiave, vorrei fare un veloce ripassino della storia della famiglia alle origini della nostra civiltà. Così possiamo ricordarci della nostra superiorità e poi glie lo facciamo vedere noi a quei maschilisti dei musulmani; e anche a quei degenerati che non credono più alla famiglia...
Andiamo un attimo a rileggerci come si comportavano i nostri gloriosi antenati:
"In epoca omerica il matrimonio comportava uno spostamento patrimoniale in una direzione inversa a quella della dote: mentre nel sistema dotale (storicamente
più tardo) il padre trasferiva dei beni al marito, nel sistema omerico era il marito a trasferire al padre della sposa dei beni, segno tangibile sia del
nuovo stato della donna (socialmente tanto più alto, quanto più alti erano stati i doni di nozze), sia dall'acquisto del potere familiare su di lei da
parte del marito. E in caso di adulterio questi beni andavano restituiti dal padre, al quale l'adultera contestualmente veniva rispedita.
Dai poemi, infatti, si direbbe che il marito tradito non poteva uccidere la moglie. Cosa, in verità, non facilissima a spiegare in un contesto come quello
omerico. Una possibile ipotesi è che l'adultera non fosse considerata responsabile della sua azione. Elena, infatti, non è ritenuta colpevole della fuga
a Troia: è stata indotta a tradire il marito da Afrodite. Neppure Clitennestra, il simbolo stesso della malvagità femminile, è responsabile delle sue azioni.
[...] Ma, forse, l'assunto della "passività" femminile (peraltro mai messo in discussione) altro non era che il paravento, che copriva un'altra ragione,
di tipo molto più concreto.
Nel mondo greco (e ancora per tutta l'epoca classica) la figlia, anche dopo il matrimonio, restava in qualche modo legata alla famiglia d'origine, e sottoposta
al potere del padre, che poteva interrompere il suo matrimonio, esercitando un diritto chiamato aferesi paterna. Il potere del marito sulla moglie, in
altri termini, era contemperato da un perdurante potere paterno, con il quale il marito doveva fare i conti, e che forse era incompatibile - appunto -
con un suo ius vitae ac necis sulla moglie.
Il che non significa, sia ben chiaro, che il marito non avesse poteri su di lei: poteri ne aveva, e molti. E molti privilegi, nel rapporto con lei. Per
cominciare, il marito poteva avere, e spesso aveva, una concubina (pallakis): una compagna riconosciuta, che godeva di un certo prestigio, o quantomeno
non mancava completamente di dignità sociale. Quello di concubina, insomma, non era un ruolo del tutto spregevole, come anche nel diritto classico, del
resto, ove la concubina era una compagna, la cui posizione veniva presa in considerazione anche dal diritto (quanto meno a certi effetti). Nella "gerarchia"
fra le donne con cui un uomo poteva avere rapporti, la concubina era infatti considerata ben diversamente da una compagna occasionale, quale era invece
l'etera. E, come abbiamo già detto, la posizione di concubina portava con sé delle conseguenze giuridiche: chi aveva rapporti sessuali con la concubina
altrui, infatti, se sorpreso in flagranza di reato e all'interno dell'oikos, poteva essere ucciso impunemente, esattamente come poteva essere ucciso chi
veniva sorpreso, nelle stesse condizioni, con la moglie altrui. E i figli che un uomo aveva dalla concubina, pur essendo nothoi (spuri), non erano discriminati,
rispetto a quelli legittimi (gnesioi) come nel successivo diritto classico. I nothoi, gli spuri, vivevano infatti spesso nella casa del padre.
[...] La condizione dei nothoi omerici era ben diversa da quella dei nothoi in epoca classica, e non solo durante la vita del padre. Alla morte di questi,
essi partecipavano alla successione insieme ai figli legittimi, anche se in condizione di inferiorità.
[...] Ma torniamo ai rapporti coniugali. Nonostante la disparità di posizione, l'uomo omerico era tenuto a rispettare tra moglie e concubina una gerarchia
di valore, che doveva essere da un canto ben visibile all'esterno, e dall'altro percepibile, da parte della moglie, nei rapporti coniugali. Per cominciare,
solo la moglie compariva al fianco del marito, nella vita pubblica: Priamo, nonostante le sue molte concubine, riservava solo a Ecuba il ruolo di moglie.
Un marito, inoltre, non doveva trascurare la moglie per la concubina. Anche il capo del gruppo, insomma, aveva dei doveri. Il fatto che li rispettasse
era assicurato da meccanismi di tipo psichico e sociale: il timore della demu phemis, il rischio della disapprovazione.
Altre sanzioni, di tipo fisico o patrimoniale, nei suoi confronti non esistevano. Mentre esistevano, ovviamente - e si aggiungevano alle sanzioni sociali
e psicologiche -, a carico degli appartenenti ai gruppi sottoposti al suo comando. Prendiamo il caso della moglie adultera: oltre al ripudio (e all'obbligo
imposto al padre di restituire i doni nuziali) la moglie adultera incorreva in un biasimo sociale tale da rendere la sua vita estremamente difficile.
Ammesso che il padre la riaccogliesse in casa (il che non era affatto scontato) che vita poteva mai condurre un'adultera conclamata ed esposta al pubblico
biasimo? L'ipotesi di un nuovo matrimonio non era neppure da prendere in considerazione: quel che restava era l'isolamento, per non dire la reclusione
a vita. O, in alternativa, il passaggio a un'altra categoria di donne. Quelle che sopravvivevano vendendosi."
(da E. Cantarella, Itaca. Eroi, donne, potere tra vendetta e diritto, Milano, Feltrinelli, 2002, pp. 118-21, 225)
Certo che almeno in qualche cosa i nostri antenati erano più evoluti di noi: almeno le concubine le avevano legalizzate. Invece di proibirle, noi avremmo dovuto legalizzare anche i concubini.
Coltivo l'opinione che il materialista sia cieco nei confronti dei livelli più profondi della realtà, e che l'esoterico/spirituale sappia invece percepirli, ma in maniera probabilmente distorta. Personalmente trovo la prima cosa insoddisfacente, la seconda inquietante. Dialettica hegeliana e concezione cinese della complementarietà degli opposti vorrebbero che fra queste due polarità sia possibile trovare una sintesi e un equilibrio. Per ora io continuo ad oscillare pericolosamente e instabilmente fra l'una e l'altra.
"Anger is an energy". (John Lydon)
Come un satellite nella sua orbita Continuo a girare intorno e non mi fermo per paura di cadere dentro me stesso. Preferirei piuttosto fuggire, ma questo non posso.
La mia situazione telefonica fa progressi: oltre all'adls, mi hanno tolto anche la linea vocale. Adesso il mio telefono è muto e sono completamente scollegato. Le compagnie sono tutte gentili e premurose finché ti devono acquisire o mantenere come cliente. Appena vengono a sapere che sei passato con un altro il tono cambia nettamente. "Ah sì, tene vai? Allora ti diamo una mano ad andartene: ti sbattiamo fuori prima che tu ce lo comunichi ufficialmente". Sia Infostrada che Telecom hanno provveduto a disattivarmi la linea senza aspettare la mia richiesta scritta. Efficienza! Questo perché sono passato a Fastweb. Vediamo come si comportano loro. Intanto mi avevano detto che nel periodo fra la firma del contratto e l'allacciamento della nuova linea non sarei rimasto senza telefono. E invece...
Con tutti i gestori telefonici che mi stavano addosso perché facessi il contratto con loro, attualmente il risultato è che sono rimasto senza adsl. I valori della tiroide sono nella norma, ma gli anticorpi restano alti; segno che la malattia è ancora attiva. L'endocrinologo inizia a parlare di radio-iodio, cioè di bruciare la tiroide con dello iodio radioattivo, e mi tira molto il culo. Non ne ho voglia di far fuori una ghiandola che in sé non sarebbe malata, e d'ingerire oltretutto della roba radioattiva. Tanto più che c'è chi dice che effettivamente non è molto consigliabile. Ma i "duri e puri" della medicina ufficiale, compresi quelli del centro endocrinologico di Pisa, dicono che sono tutte balle, che non c'è nessun pericolo, che adesso lo fanno anche le donne in età di riproduzione... Io comunque, prima di farlo, credo che proverò qualche strada alternativa, tipo omeopatia; se esiste, e se mi darà un po' di fiducia. Intanto comunque devo continuare a prendere la mia medicina, che tra parentesi secondo alcuni è tossica anche quella, e farmi controllare fra 3 mesi, e si vedrà.
"...i vostri figli non sono i vostri e benche' stiano con voi non vi appartengono..." (Gibran Kahlil Gibran, Il profeta). (Grazie alla Fonte: Michele Pascarella.)
Mi sembra che la mia tiroide stia ricominciando a mordere. Almeno così sento; spero di sbagliarmi; sto aspettando l'esito delle ultime analisi. Intanto anche dall'America non arrivano notizie molto buone...
Stanotte, altri due sogni stupidi ma inquietanti. Prima ho sognato che ero nell'ascensore dell'ufficio con altri colleghi. Improvvisamente si sentiva una botta e l'ascensore si fermava, ma rimaneva inclinato, storto. Insomma, una roba che faceva un po' paura. Poi si sentiva il motore che andava fortissimo, come una macchina che è su di giri, ma l'ascensore non si muoveva. Poi arrivavano i tecnici ad aggiustarlo; parlavano di un fantomatico "piatto" dell'ultimo piano che si era rotto. Poi mi trovavo fuori dall'ascensore, senza ricordare il momento in cui ci tiravano fuori. Ero in un corridoio che doveva essere quello dell'ente in cui lavoro, ma in realtà era molto più simile a quello della Provincia di Forlì-Cesena. C'erano questi due ascensori appaiati, di cui uno era quello incriminato... In teoria l'avevano aggiustato, ma io mi ci avvicinavo con sospetto. E un usciere mi diceva di non usare uno degli ascensori, anche se in realtà non mi ricordo se quello da non usare era quello lì o quello di fianco. Poi altre quisquiglie, tipo che andavo alle macchinette a prendere il caffé, e in quella circostanza mi sembrava di essere a piedi scalzi, o solo coi calzini. Intanto sentivo una mia collega, una ben identificata, che cianciava di qualcosa... Poi ho sognato che eravamo in un posto che ricordava molto la mia scuola media. Non saprei dire se io ero un ragazzino oppure avevo la mia età attuale. Gli altri miei "compagni" comunque sembravano ragazzi. In questo caso arrivavano alcuni individui della polizia o dei carabinieri a dire che c'erano dei criminali, cioè penso dei rapinatori, che si erano nascosti nella nostra scuola; e noi dovevamo aiutarli a prenderli, chissà perché... In pratica ci spiegavano un piano d'azione che non mi ricordo, ma il succo è che ci mandavano avanti a noi (o per meglio dire loro, perché io non sembravo coinvolto direttamente) ragazzi, non so se come diversivo, o come massa d'urto, un po' come i soldati italiani contro gli austriaci nella prima guerra mondiale. Noi giustamente avevamo qualcosa da ridire, forse ero io personalmente a protestare, facendo presente che erano loro polizia a dover andare contro i criminali armati e non noi ragazzi disarmati. Ma loro insistevano non so con quale ragione che era meglio se andavamo prima noi, forse perché eravamo più familiari con l'ambiente, bah... Poi iniziava l'azione, e ovviamente i criminali cominciavano a sparare, e non so se qualcuno dei ragazzi ci lasciava le penne. Io mi ero raggomitolato in un angolo dell'atrio, che era un'ampia sala, appunto come nella mia scuola media, idealmente cercando qualcosa dietro cui ripararmi. Solo che non c'era niente, oppure c'era qualcosa ma era molto inefficace, tipo una specie di paravento basso di cartone... Poi alla fine arrivavano i miei genitori che mi venivano a prendere, in mezzo al trambusto generale, e mi sembra che, come ovvio, commentassero con disappunto la situazione... Sempre però focalizzandosi su di me, cioè sul fatto che quella situazione era pericolosa "per me"... Poi basta.
Se non chiedi non ti sarà dato / Se non cerchi non sarai trovato. (Vinicio Capossela, "Non trattare")
Ieri il mio fornitore di psicofarmaci mi ha detto che è buona cosa che io sogni molto: segno che l'attività dell'inconscio si esplica e si scarica in quella onirica. In caso contrario, ha più possibilità di sfociare in nevrosi e al limite nel delirio allucinatorio...
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